Due chiacchiere sul calcio con la famiglia Stone Island

Ingresso dello showroom di Stone Island a Milano

Stone Island è un brand italiano di abbigliamento che ha fatto della sperimentazione una vocazione. Il progetto Stone Island è nato nel 1982 dalla mente di Massimo Osti, e dal 1993 è sotto la guida di Carlo Rivetti, che è in società dall’83. Carlo ha tre figli, tutti calciatori e calciofili (anche l’unica femmina, che lavora negli USA).

In famiglia sono malati di calcio così sono andato a fare due chiacchiere con loro su Stone Island, sul calcio e sul rapporto tra il calcio e Stone Island.

Silvio, Carlo e Matteo Rivetti.

Silvio, Carlo e Matteo Rivetti.

La prima cosa che non sapevo è che esiste, da qualche anno, una squadra di calcio amatoriale di Stone Island, lo Stone Island Football Club. Giocano a 7 e sono parecchio forti, partecipano a tornei vari, anche a zonzo per l’Europa. Silvio è uno dei fondatori del club, e Carlo è il presidente onorario. Non si fanno pubblicità però per non compromettere l’aspetto puramente sportivo della cosa.

La bacheca dello Stone Island Football Club. Scarsi.

La bacheca dello Stone Island Football Club.

Comunque in famiglia non tifano solo Stone Island Football Club ovviamente. Carlo e il figlio Matteo sono interisti – il ramo “sano” dice – mentre gli “scissionisti” sono milanisti. Quando ho confessato di essere milanista Matteo mi ha fatto vedere lo stemma dell’Inter tatuato sul braccio. Derby.

“Siamo divisi dal tifo, però è una situazione accettabile. Per me l’unica cosa insopportabile sarebbe stata avere un figlio juventino.”

Carlo Rivetti

Sono tifosi, calciatori, e il brand di famiglia è un’icona dello stile casual. Ma com’è che Stone Island piace così tanto ai tifosi e come è nato il rapporto tra il brand e il mondo del calcio? Me lo sono chiesto perché non rientra in quell’insieme di marchi che i tifosi inglesi si compravano durante le trasferte in Francia e in Italia negli anni ’70-’80 (fenomeno da cui è nato lo stile casual), o comunque non era ancora conosciuto come gli altri.

Mi ha spiegato Carlo che c’è stata una causa scatenante legata a una storia decisamente in linea con il DNA del brand: è nato tutto negli anni ’90 grazie a un burbero calciatore francese del Manchester United di nome Éric Daniel Pierre Cantona.

Eric Cantona

“Cantona gioca nello United, e compra la nostra merce in un negozio a Manchester che si chiama Flannels. Nota bene, noi non abbiamo mai fatto product placement, il nostro prodotto semplicemente piace agli sportivi. Così Cantona, che vestiva spesso Stone Island, ha fatto un paio di interviste con il brand addosso, e si è scatenato il finimondo. È stato un testimonial involontario straordinario, ed è partita questa cosa nel mondo del calcio.”

Éric Cantona testimonial involontario è una storia che se non me l’avesse raccontata Carlo Rivetti in persona non ci avrei creduto. Questo rapporto mezzo informale con i calciatori è rimasto, anche perché Stone Island è uno dei pochi marchi di abbigliamento che non usa testimonial ufficiali (se li usa non dice chi sono).

Mario Balotelli per Stone Island

Un testimonial di una campagna di Stone Island di qualche anno fa, appena maggiorenne.

Ma questa identità da duri e puri dello sport, che ha incontrato il gusto di un certo gruppo di persone nel momento giusto basta a spiegare il successo del brand tra i tifosi?

“È la natura stessa del prodotto a piacere agli sportivi, ha una radice militare, workwear, ed è comoda per andare allo stadio. Non ti bagni il culo, per farla breve.”

casuals

Come ha precisato Silvio non c’è mai stata un’operazione di marketing, si è trattato di un fenomeno spontaneo orientato dalle caratteristiche intrinseche del marchio. Che poi l’associazione con il mondo casual è un’arma a doppio taglio.

“Quando ci furono gli Europei del ’96 nelle foto degli scontri tra i tifosi inglesi e la polizia il marchio Stone Island era piuttosto visibile. Alcuni giornali inglesi hanno attaccato i brand che – secondo loro – strizzavano l’occhio al mondo degli hooligans, è stata una pubblicità negativa.”

Che poi se una persona entra in un negozio non puoi impedirgli di comprare qualcosa. Carlo Rivetti ha avuto diverse esperienze con il mondo degli hooligans.

“Io ho avuto la sfortuna di trovarmi all’Heysel nell’85. Mi sembra evidente che non possa essere vicino agli hooligans. Ci ho messo due anni a rimettere piede in uno stadio, ma continuo ad essere convinto che gli esseri umani, presi individualmente, siano fondamentalmente buoni. Il problema è legato al gruppo. Ho conosciuto un hooligan inglese che ha preso il Daspo a vita, e ha scritto un libro. Il libro finisce dicendo: se dopo aver letto questo libro non hai capito che l’hooliganismo è una cosa da stupidi, è meglio che ricominci a leggerlo.”

Dopo l’aneddoto pensando di inserirmi da fenomeno nel discorso sul mondo ultras ho citato la frase che si trova sul retro di una giacca di Stone Island di qualche anno fa ma ho scoperto che in realtà non c’entra assolutamente nulla con l’argomento perché era un’operazione per una campagna di donazioni in America ops.

stone-island-avalanche

Ci stava però la mia interpretazione.

Poi niente abbiamo iniziato a fare i tifosi e a parlare male delle nostre squadre, Milan e Inter, della cessione di Cristante e degli sprechi del settore giovanile dell’Inter. Che i tifosi hanno esigenze molto basiche, li fai felici con tre punti, una birra e qualcosa che gli tenga il culo asciutto.

“When the seagulls follow the trawler it is because they think sardines will be thrown into the sea. Thank you very much.”



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  • Pingback: Stone Island Bling | FOUR DOMINO()

  • vincenzo francesco

    Mi sapreste dire il titolo del libro scritto dal tifoso inglese daspato a vita da cui è tratta la citazione?

    • Marte

      purtroppo no ho cercato per 2 mesi ma niente ¯_(ツ)_/¯