Dallo stadio alla bancarella – il calcio indipendente delle immagini

Abbiamo beccato due appassionati di calcio che lavorano con le immagini. Abbiamo fatto una chiacchierata sull’unica espressione delle squadre di calcio con cui i tifosi possono veramente interagire: le immagini.

Il risultato te l’abbiamo sbobinato tutto sul sito. È il contenuto più lungo che abbiamo mai fatto quindi se hai paura di asciugarti torna a guardare le scarpine colorate.

¯\_(ツ)_/¯

Il trip è esplorare il ruolo determinante degli aspetti grafici e visivi di una squadra nel far sentire partecipi i supporter, anche involontariamente. Anche quelli che non hanno studiato graphic design.

Per prima cosa ti presento i due raga: Michele e Nicola.

Michele è quello col cappellino mentre Nicola è l’altro.

Michele Galluzzo è nato a Francavilla Fontana (dove è nato pure il campionato indipendente di calcetto Fiffa Inda Street, di cui ti abbiamo già parlato). A Milano vive e lavora come graphic designer e ricercatore storico nell’ambito della grafica italiana. Il suo campo di interesse è l’interazione tra gli elaborati visivi e l’utente finale (cioè “come la gente si relaziona alla grafica, appropriandosene, riproponendola nello scenario quotidiano e/o mutandone la forma e il senso a proprio piacimento”).

Nicola Pazienza è un rookie artista/grafico bolognese uscito dal DAMS. Studia informatica e grafica digitale a Bologna. Si interessa più agli aspetti estetici dello sport che ai risultati. Ha partecipato ad Accademia Creativa 2018, il bando per giovani artisti organizzato dagli amici del Club degli Amici di UNOTRE.

Parliamo di come gli ‘utenti’ (dai tifosi ai giocatori, ma anche i venditori delle bancarelle) si appropriano degli immaginari mega-corporate delle squadre. È la cosa più interessante e spontanea che esiste nel mondo del calcio. La prima roba che mi viene in mente – totalmente a caso – è l’editor di PES con cui potevi fare i crest, le scarpe e le maglie. Era un escamotage per farti avere le robe originali visto che Konami non ha aveva i soldi per le licenze. Anche se i nomi delle squadre tarocche erano mitologici.

Michele – Esatto. Questa storia non è diversa da quello che accade sulle bancarelle dei mercati rionali con le maglie tarocche. Quest’estate ho fotografato alcuni kit di Juve, Inter, PSG, ecc. con loghi fake, rielaborati da non-so-chi per somigliare a quelli reali, per essere verosimili. Alla fine della fiera, si possono considerare loghi nuovi, layout nuovi, maglie nuove che comunque indossi per andare allo stadio. Insomma, è sempre la divisa della tua squadra del cuore. In questo modo, però, il tentativo di aggirare la legge ha dato vita a nuovi progetti grafici che comunque testimoniano il successo dei brand originali e la capacità della gente di rimasticarli, di piegarli alle proprie esigenze. La comunicazione visiva come strumento per avvicinarsi a una squadra, per sentirla più tua, praticamente.

Nicola – L’immagine di una squadra alla fine ha vita propria. Uno dei miei primi esperimenti grafici è stato creare l’immagine della nostra tifoseria del Gira Ozzano, la squadra di basket del mio paese. Eravamo ragazzini delle medie, supporters che si facevano striscioni e magliette da soli. Praticamente abbiamo costruito a tavolino la nostra tifoseria. Ci chiamavamo Desperados, come la birra, perché era la prima birra che ci piaceva da sbarbati, e come logo pensai ad un pirata col sigaro e la benda sull’occhio.

Purtroppo non è rimasto nulla di quegli anni ma ho provato a ridisegnare il logo per come me lo ricordo. Ancora oggi comunque alcuni amici continuano col tifo per la nuova squadra di basket di Ozzangeles, i New Flying Balls, sotto il nome di Gruppo Skid. Tra l’altro adesso mi è venuta l’idea di proporre loro di collaborare allo sviluppo del nuovo look della tifoseria, dalle maglie agli striscioni. Sarebbe figo!

Michele – A proposito del legame tra alcolici e calcio uno dei gruppi storici della curva della squadra della mia città (Virtus Francavilla) si chiama ‘Gruppo Alcolico’.

Un altro binomio molto forte che c’è dalle nostre parti è quello tra la birra Raffo e il Taranto, così come tra la birra Peroni e la Bari. Sono dei fenomeni identitari potentissimi, generati spontaneamente dal contesto ambientale e in certi casi sposati dalle società. Questi elementi finiscono per convivere, più o meno volontariamente, con l’identità ufficiale di una squadra.

Anche Cagliari-Ichnusa. Ci sono degli elementi veramente random nelle identità visive delle squadre che mettono un po’ in crisi l’immagine di brand e rivelano quella di fenomeno eterogeneo.

Michele – Ad esempio la leggenda dice che la maglia viola della Fiorentina sia il risultato di un lavaggio sbagliato della maglia bianco-rossa. I colori dell’Inter invece, prima di essere i colori della squadra, della notte stellata, ecc. erano i colori preferiti di Giorgio Muggiani, storico cartellonista pubblicitario. Oltre a essere socio-fondatore del club – e arbitro calcistico – Muggiani è stato l’autore del primo marchio dell’Inter e, nel disegnarlo, ha scelto di utilizzare quelli che si dice fossero gli unici colori presenti sulla tavolozza in quel momento: il nero e l’azzurro. Al netto dell’aneddotica, se si guardano i manifesti firmati da Muggiani nel corso della sua carriera si nota la costante presenza di una vena nerazzurra.

Nicola – Io ora sono più o meno tifoso del Bologna, per pigrizia, ma quando ero piccolo mi davano fastidio tutti quei colori. Infatti ero juventino perché il bianco e il nero sono i colori neutri per antonomasia.

Ok la maglia ma l’oggetto grafico di una squadra per eccellenza è il crest. Che noia però sono tutti uguali. @Nicola quando sarai un grafico di grido e ti faranno ridisegnare il crest della tua squadra del cuore come lo farai?

Nicola – Mi piacciono le decalcomanie e gli adesivi da auto e scooter, sarebbe stiloso se i crest fossero tipo stickers: contorni belli netti, colori pieni, forte stilizzazione e caratterizzazione. E mi piacciono molto le mascotte delle squadre, farei un crest tipo puppet. Tipo il “baciccia” della Sampdoria, il galletto del Bari e il diavoletto minimal del Milan sono una bomba. Ma forse il mio preferito è il diavoletto nero dell’Entella. Quello è totale, un vero sticker da motorino.

Mi sembra che i top club non siano troppo allineati con l’immaginario mascotte. Se guardi la direzione che sta tracciando la Juven. Peccato.

Michele – Tutto lo scenario legato alle mascotte è potente. Un grande contributo è stato dato dal Guerin Sportivo sul finire degli anni venti. Nel 1928 Carlo Bergoglio, che faceva il caricaturista, aveva associato a ogni squadra del campionato italiano una mascotte, e alcune sono rimaste intatte, tipo la zebra e il lupetto.

Poi da lì è partita la visione corporate del calcio italiano (più o meno dal lupo della Roma disegnato da Gratton) e sono nati il logo con la biscia dell’Inter, il diavoletto del Milan (disegnato dall’agenzia Zeta di Milano nel 1979), il baciccia della Samp eccetera, che hanno segnato l’estetica degli anni ottanta e novanta. Dopo le squadre sono tornate a simboli più araldici, anche se ultimamente le mascotte stanno ricomparendo (vedi Milan e Inter sul retro delle maglie di quest’anno).

Alla fine sono i primi esempi di corporate identity calcistica in Italia. La Juve oggi, a partire dal rilancio firmato da Interbrand Milano, sta costruendo un brand a tutti gli effetti, andando oltre la zebra optical che invece permane ancora sugli spalti, nei tatuaggi dei tifosi nelle insegne dei fan club. Ma questa è un’altra storia.

E ma la mascotte è sacra. Più della maglia direi. Quando la tocchi succede un casino.

Michele – Infatti quando hanno rifatto il galletto del Bari disegnato da Gratton c’è stata una sommossa popolare. Comunque, la Panini ha avuto un ruolo centrale nella divulgazione dell’immaginario delle mascotte, reinterpretandole costantemente stagione dopo stagione. Se ci pensi, le mascotte ti permettono di guardare al calcio in maniera meno istituzionale e più autoironica. Un esempio eccellente è quello dell’album Panini del 1986-87 che, al suo interno, aveva rivisitazioni ‘all’americana’ dei loghi delle squadre. Secondo una modalità manierista, gli stemmi ‘americanizzati’ della Serie A emulavano l’estetica di Major League, NBA, NFL, NHL mescolando mascotte e tipografia. Proprio nel momento d’oro dei manuali di corporate identity, in cui le squadre cominciavano a investire seriamente nella costruzione di loghi, nella coordinazione dell’immagine e nel merchandising, questa era una scelta coraggiosa ma anche straordinariamente leggera.

Nicola – Ma che bomba! Peccato che non siano ufficiali altrimenti potevano essere riproposti.

@Michele esci le maglie che hai portato che come esempi di quello che stiamo dicendo sono sul pezzo.

Michele – Allora, la prima è una maglia presa al mercato. Nasce come maglia di un club minore ma mia mamma, dovendo rattopparla, l’ha pimpata con una toppa/crest Blauer. Il risultato è molto ‘sogno americano’ con un approccio alla Dapper Dan. Prendi un marchio e decontestualizzalo cambiandone il senso. Poi, al mercato di Francavilla Fontana – dove l’ho acquistata – le bancarelle con i vestiti usati si chiamano ‘pezze americane’. Questo fa abbastanza ridere: tutto torna.

La seconda è la maglia del FC Inter Turku, l’Inter finlandese, squadra che ho scoperto grazie a un articolo dell’Ultimo Uomo. L’ha fondata un imprenditore di Turku chiamandola Inter e scegliendo il nero e l’azzurro come colori sociali. Il motivo di questo omaggio è che il team milanese aveva eliminato la prima squadra della città finlandese (Turun Palloseura, TPS) dalla Coppa UEFA 1987-88, squadra che il fondatore dell’Inter Turku odiava perché il settore giovanile aveva rimbalzato suo figlio. La coincidenza che mi ha portato a comprarla è che io sono interista dal 1990, anno di fondazione della squadra di Turku, anno in cui l’Inter di Milano aveva il logotipo Misura sul petto.

La terza è una maglia che ho disegnato io per la squadra ADP del torneo Fiffa Inda Street di street soccer 3 vs 3. I colori, nero e arancio, sono il negativo di quelli usati dalla squadra principale della città: la bianco-celeste Virtus Francavilla. Le lettere che ho disegnato per la sigla ADP sul petto e per i numeri sul retro sono un remix di caratteri ‘inline’ (cioè con un ‘filetto’ bianco all’interno delle lettere): il sans serif progettato da Bob Noorda per l’Agip nel 1972, il Dubbeldik di Mecanorma (sempre del 1972) utilizzato dall’US Lecce tra il 1985 e il 1987 e il carattere del logo che Sega ha lanciato nel 1975.

Nella maglia non c’è un logo, nè un crest. O meglio, il nome della squadra è sul petto, come fosse uno sponsor. È un modo per riflettere anche sul ruolo avuto dagli sponsor commerciali nella costruzione dell’immaginario e dell’identità delle squadre a partire dagli anni settanta. Ecco.

Bestia quante informazioni. Grazie a Michele e a Nicola, se un giorno decidi di fondare una squadra di calcio magari sentili.



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