John King e la Football Factory Trilogy

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Dopo anni senza sfogliare manco mezza pagina per sbaglio ho deciso di tornare a leggere un libro ricominciando dall’autore con il quale avevo finito, John King. Di conseguenza ho deciso di asciugarvi raccontandovi della sua “Football Factory Trilogy” – che magari non tutti conoscono – ovvero pinte, football, Chelsea FC e ovviamente scontri al grido di “casual clothes, casual sex and casual violence”.

Ma prima vi annoio raccontandovi in breve chi è John King (Slough, 1960). È uno scrittore inglese particolarmente amato oltremanica per essere colui che ha portato su carta il mondo delle tifoserie calcistiche e delle sottoculture musicali a queste legate, utilizzando il linguaggio della strada e incastrando nelle sue storie avvenimenti reali e personaggi ai limiti della società inglese degli anni ’90. In particolare nei suoi primi tre libri, quelli che costituiscono la cosi detta “Football Factory Trilogy”, affronta e racconta l’ambito hooligan dall’interno, fornendone una descrizione fedele.

Lui è John King.

Lui è John King.

Il primo libro della saga (The Football Factory, 1996), il più figo, ha ispirato il film omonimo con Danny Dyer (protagonista del documentario “Curve Infuocate”) girato da Nik Love (stesso regista di “The Firm”); è quello più incentrato sul tema hooligan e racconta le gesta di Tom Johnson e dei suoi amici in giro per l’Inghilterra, tra una partita e l’altra, in casa e in trasferta, a colpi di spranghe e pinte, con qualche chiavata occasionale.

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“Erano in trappola e gli abbiamo dato la paga, sudando come negri perché di sicuro qualcuno stava chiamando i piedipiatti. Eravamo di più, e li abbiamo spediti nella settimana entrante a calci in culo.”

Questa Inghilterra risulta rivoluzionata dopo la prima ondata di hooligan, e soprattutto più ostile nei loro confronti; ecco che quindi la violenza non è più all’interno degli stadi, colmi di “persone per bene”, ma è nascosta tra stazioni della metropolitana, pub e altri luoghi. Luoghi il più lontano possibile da occhi indiscreti, pronti a far incriminare gli hooligans e a sbatterli sulle copertine, cercando di rovinare l’immagine del dodicesimo uomo, la parte importante del calcio per i ragazzi di Tom.

Tifosi del Chelsea che corrono, 1983.

Tifosi del Chelsea che corrono, 1983.

“A nessuna industria televisiva sembra che interessi dei tifosi, ma senza l’urlo e il movimento del pubblico il calcio sarebbe uno zero. Il calcio è una storia di passione. Sarà sempre così. Senza la passione il calcio è morto: solo 22 uomini che corrono su un prato e danno calci a una palla. Proprio una gran cagata. È la tifoseria che fa diventare il calcio una cosa importante. Quando cominciano perdi la testa. Se c’hai dentro un filo di passione, devi spararla fuori. È questo che può capitare con il football. Quello che capita a me.”

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Il secondo capitolo della saga (Headhunters, 1998) potete tranquillamente saltarlo, anche se si fa leggere molto bene. Benché il nome riprenda quello del famoso gruppo del Chelsea (ricordate il “Chelsea smile”?) è quello che ha meno a che vedere con il calcio. Narra di un gruppo di amici che uniscono la passione per il calcio a quella per le donne (ma dai) formando la “Sex Division”, un campionato del sesso, dove non conta la qualità, bensì la quantita (“dalle due in poi vale tutto” cit. amico mio) e dove si guadagnano punti per ogni conquista. L’importante è che ci si lasci andare agli sperimentalismi erotici più violenti e selvaggi.

“Carter mosse la classifica per primo, e non fu una grande sorpresa. Entrò allo Unity con un sorriso che non aveva bisogno di spiegazioni. Il figlio di puttana aveva inzuppato un’altra volta. Gli altri lo paragonavano al Man United di Uh Ah Cantona: aveva la classe, e in più la capacità di arraffare il risultato quando necessario. I ragazzi lo ammettevano sottovoce, perché non volevano dargli soddisfazione. Tanto se ne prendeva già fin troppe.”

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Avete presente i tifosi del PSV a Roma? Ecco in questo terzo ed ultimo capitolo della “Football Factory Trilogy” (England Away, 1999) King vi racconta come gli inglesi gestiscono un’allegra trasferta verso la terra del loro odiato nemico crucco.

“Noi siamo un popolo democratico. Questo tedesco, qui, ha deciso di dargli addosso ai famigerati hooligans inglesi e gli ha detto male. La brigata che abbiamo combattuto contro è dispersa e il resto degli England Boys gli danno la caccia per divertimento. Il tedesco per terra si sta mangiando merda e sangue da questi due qui. Ha voluto uscire per la strada con i suoi soci e questo è il guadagno. È ora, per lo stronzo, di pagare il suo conto…”

guerra

In questo libro – nel quale c’è un fantastico parallelo tra la Seconda Guerra Mondiale e questa partita, vissuta al grido di “Due guerre e una Coppa Rimet” (riferimento alle due guerre mondiali e alla finale del ’66) – gli hooligan inglesi avanzano attraverso la manica, passando per Amsterdam (XXX più una buona dose di pacche), fino ad arrivare a Berlino, dove si giocherà l’amichevole di fine stagione contro i rivali storici. Scopo della trasferta? Uno solo: ribadire la superioriorità inglese e difendere l’onore nazionale, importa solo quello che succederà fuori dallo stadio, il risultato della partita a pochi importa.

“A noi della partita non ce ne frega un cazzo.”



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